BEATRICE BARUFFINI

Sono nata a Suzzara, in provincia di Mantova, nella terra del Po e dei contadini indiani che lavorano in nero, il giorno 12 aprile 1980. Da sempre vivo nel quartiere popolare Oltretorrente di Parma, importante per la resistenza ai fascisti nel 1922. Sono italiana da trent’anni e non giurerei di restarlo per la vita intera. Non sono sposata. Ho vissuto sei mesi in Francia, tre in Spagna, un mese a Ginevra, uno in Portogallo, tre settimane in Turchia, tre in Marocco, tre in Scozia, dieci giorni in Giappone, quattro giorni in America. Mi sposto per lavoro e per respirare arie diverse.
Sono attrice, ma fatico a dirlo, forse perché temo continuamente di non poterlo essere più.

Ieri
Il teatro, la sua etica, le sue diverse forme poetiche, il suo potere politico, umano e civile sono entrati nella mia vita grazie ad alcuni incontri fondamentali: Letizia Quintavalla e il Teatro delle Briciole, Salvatore Arena, Massimo Munaro del Teatro del Lemming. Queste persone mi hanno insegnato soprattutto come voglio fare teatro e mi hanno mostrato delle direzioni. Sulla strada ho incontrato altre persone e tutte hanno contribuito a farmi diventare quello che sono oggi. Tra questi Cesar Brie del Teatro de Los Andes, Davide Doro e Manuela Capece della Compagnia Rodisio, Bruno Stori.
L’altra mia grande passione è il cinema documentario. Nata durante gli studi universitari e coltivata grazie alla collaborazione con la casa di produzione Etnhos di Bologna, dove Elisa Mereghetti e Marca Mensa mi hanno insegnato un modo meraviglioso per guardare la realtà, raccontare le persone, tenere viva la memoria.

Oggi
Il primo importante lavoro come attrice è stato Odisseo, una produzione del Teatro del Lemming di Rovigo. Allora avevo vent’anni e credevo di voler fare la pubblicitaria. Così ho terminato gli studi universitari, continuando a fare l’attrice nel tempo libero.
Dal 2005 faccio parte dello staff artistico del Teatro delle Briciole. Al lavoro d’attrice affianco anche quello di ideatrice e creatrice di progetti e laboratori teatrali per l’infanzia. Dallo stesso anno lavoro anche con la Compagnia Rodisio. Lo spettacolo di cui faccio parte Storia di una famiglia (e delle cose di ogni giorno) è impegnato da quattro anni in una tournée mondiale (Francia, Slovenia, Croazia, Giappone, Corea del Sud, Inghilterra, Irlanda, Scozia, Cipro, Usa, etc.). I laboratori di ricerca teatrale ci hanno portato a lavorare con importanti realtà: Punta Corsara (Scampia, Napoli), Theatre Massalia (Marsiglia, Francia), Osaka Theatre (Giappone), National Theatre (Londra, Inghilterra).
Il teatro mi ha fatto venire voglia di scrivere. Nel 2010 un mio racconto è stato messo in scena dalla compagnia Rodisio. Un anno prima un mio testo-messa in scena ha fatto parte della maratona “Delle Donne e Del Mondo” Teatro al Parco, Parma.
Oltre alla voglia di scrivere ho iniziato a usare la telecamera. Nel 2009 ho collaborato con l’European Cultural Foundation per un progetto europeo che mi ha portato alla realizzazione di un video ”Am ricordi, voci da Parma Vecchia”, una ricerca sulla memoria delle persone legata al territorio. Come regista, soggettista, montatrice ho inoltre partecipato alla creazione collettiva del video “La Costituzione si fa in 12”, una produzione Le Giraffe, Parma.
Da due mesi ho dato vita, con Maria Giulia Guiducci, all’esperienza La Crepa, una residenza teatrale in una casa cantoniera autogestita, a Parma.

Dopo domani
Del mio oggi resterà il teatro, la scrittura, il linguaggio cinematografico, la voglia di lavorare con i bambini. Resta per il momento la decisione di provare a camminare un po’ da sola per mettermi alla prova. Mi guardo attorno per cercare nuovi stimoli. Ho voglia di sperimentare.
A giugno 2011 ho partecipato a IFA 2011, a Polverigi: un’occasione per lavorare a un progetto personale con l’aiuto di Claudia Dias e di Joao Somoes  e di altri giovani performers.
Nello stesso mese ho terminato un corso frequentato al Centro Internazionale L. Malaguzzi di Reggio Emilia sui linguaggi espressivi nei processi d’apprendimento legati all’infanzia.
Altre idee sono qui, nella mia testa, tra i miei quaderni, in attesa di capire con chi condividerli.

BARRICATE:
“Odio gli indifferenti” diceva Antonio Gramsci. Chi resta indifferente si appiattisce al muro e lascia fare agli altri. Non prende parte, non va in nessuna direzione, non è mai per primo, mai per secondo. Non è mai.
A volte non guarda neanche. A malapena respira. Sopravvive.
L’uomo se indifferente è destinato ad estinguersi. A scomparire dalla storia e dalla geografia.
L’uomo indifferente non si ribella, non si appassiona, non crea, non sogna, non inventa, non urla, non cucina, non indica, non sorride. Ha il corpo molle e non fa scintille.
Per questo io non voglio restare indifferente. Vorrei, a mio modo, con i pochi strumenti che ho, farmi coraggio e scegliere una strada. Un percorso, una direzione. Per farlo devo allenarmi ogni giorni e ho sempre paura che il tempo non basti mai. Per farlo nel migliore dei modi ho bisogno di maestri, di scambi, di esempi, di spunti, di armi.
Mi guardo intorno, avanti, indietro, prendo appunti, faccio domande.
Cerco dei complici.

DANIELA CARUCCI

Daniela Carucci nasce in un nevoso inverno del 1973. A Genova c'era mare mosso. All'età di sette anni viene segnata dalla visione di uno spettacolo di ombre cinesi, una specie di allucinazione da cui malgrado innumerevoli sforzi non è più uscita e che l'ha portata, molti anni dopo, a laurearsi in Storia del teatro con una tesi sperimentale sul progetto Dura madre Mediterranea del Teatro Settimo. Dopo il conseguimento del fatidico “pezzo di carta” continua la sua allucinazione teatrale andando in giro a scovare clown, attori sociali, narratori, corpi poetici in movimento, mondi teatrali “inusuali” a cui ispirarsi. Tra gli incontri importanti ricorda e ringrazia in ordine sparso Judith Malina e il Living theatre, Mimmo Cuticchio, Leo Bassi, Cristina Pezzoli, Family Floz, Antonio Viganò, Instict Tabulaire, Stuffed Puppet Theatre, Zero teatro, i burattini di Luzzati, Boris Vecchio, Gigio Brunello, gli amici di Silvano D’Orba, Peter Shuman e il pane e prezzemolo, Nicoletta Bernardini e il pensiero che danza...

La sua ricerca si nutre di spettacoli, prove, costruzioni ma anche di scritture: per diversi anni scrive di teatro sul web magazine mentelocale.it, lavoro che le ha permesso di intervistare e confrontarsi con il pensiero di molti teatranti della scena contemporanea. Anni di visioni e riflessioni. Fino a che la sua strada incrocia quella di Veronica Lujan burattinaia in cerca di lavoro con la quale inizia ad animare caffettiere, cartacce, palle, stracci da lavare... pratica che l'ha condotta a fondare la compagnia di teatro per pupazzi e attori Le mani (ex maniambulanti)con cui produce diversi spettacoli tra cui Naftalina, che in Argentina vince il premio per l'originalità dell'opera al Festival Ibero-americano di Mar de la Plata. In quegli anni, intorno al 2001, anno importante e sconvolgente anche per la città di Genova e chi l'ha abitata in presenza dei G8, si incontra in zona rossa con il Teatro del Piccione con cui poco più tardi inizia a collaborare partecipando in veste di attrice a spettacoli come Piccolo Nemo, La portinaia Apollonia, Per filo e per sogno e, da ultimo, Bestie che ha debuttato nel 2010 al Teatro della Tosse. Mentre è co-costruttrice e curatrice dell'animazione dei pupazzi in Rosaspina, spettacolo vincitore del Festival internazionale di teatro di Lugano. Lavorare nel teatro ragazzi le ha dato la grande possibilità di guardare alle origini, di continuare a giocare, di mettersi in ascolto della visione limpida dell'umanità che cresce, che ci fa da specchio e ci interroga e ci stupisce.

Oggi porta avanti un fare teatrale che mischia il corpo e lo spirito degli attori a quello di altre creature, tiene laboratori, esplora le possibilità del teatro come mezzo di riflessione e intervento nel mondo, oltre che di crescita individuale. Tra i suoi impegni c'è anche quello di conservare il tempo per stare, studiare, guardarsi intorno, lasciare spazi vuoti.

BARRICATE:
In un laboratorio teatrale che ho dato poco condotto in una quarta elementare, quando in cerchio ci siamo raccontati pensieri sui nostri incontri, un bambino mi ha detto:<<io mi sono sentito un attore>>, e io :<<e cosa vuol dire sentirsi un attore?>>, e lui :<<poter creare la fantasia>>.

Cosa intendeva dire? Dare vita all'immaginazione? Creare quello che poco prima non c'era?
Dare forma all'invisibile? Di quello che conosco del lavoro di Giulio Molnar che arriva dall'aver visto alcuni suoi spettacoli e letto i libri Teatro d'oggetti e Macbeth all'improvviso, uno degli aspetti che mi ha più colpito è proprio questo: quell'invisibile che si aggira sul palco e nei suoi scritti con leggerezza e ironia. Mi piace. E mi piacerebbe avere la possibilità di conoscere da dentro il suo percorso di creazione teatrale.
Da anni lavoro sull'attore e sull'oggetto, sia esso calzino o pupazzo, cercando il modo di far scivolare riflessioni, scoperte, emozioni, domande, dentro al momento teatrale, considerando il teatro un po' come una barchetta di carta che scivola su un filo d'acqua... nessuno si accorge cosa porta quell'esile bastimento, né dove vada, ma in tanti lo seguono, e ci si trovano imbarcati. E
poi, una volta scesi, qualcosa in tasca di tutto quel carico è rimasto, e non si sa come sia potuto accadere, quasi fosse uno scherzo o un'illusione.
Un teatro, insomma, che viaggia tra immaginario e realtà, delicato e forte nello stesso tempo, e anche un po' assurdo e “da ridere”. Immagino un lavoro di laboratorio che sia una riflessione sulla vita intorno, che parte piccola, individuale, e poi si fa collettiva, condivisa, provata. Anche il tema, Barricate, mi interessa perché il teatro è sempre un'occasione importante per capire il mondo in cui viviamo e come lo viviamo. Solo la parola, BARRICATE, se la pronunci ti tocca, non ti lascia indifferente, c'è un piccolo brivido che nasce e ti sorprende. Nell'ultimo spettacolo a cui ho partecipato come attrice, “Bestie” del Teatro del Piccione, c'era una grande domanda intorno alla quale provare ed era: “perché l'essere umano si è staccato dalla natura perdendo dentro di sé il senso di appartenenza ad essa?” Le risposte sono state tante, le immagini-metafore anche, i tormenti pure... e poi siamo arrivati al debutto, non con delle risposte, ma con un viaggio da condividere con gli spettatori. Solo un viaggio che non ha un arrivo uguale per tutti.
Non so. Ci sarebbe ancora molto da dire, ma ho paura che scada il tempo per inviare la domanda, ho già posticipato troppo il momento dell'invio. E' che non è mai abbastanza, è difficile trovare le parole per dire: sì, vorrei proprio farlo questo workshop.
Basta, metto un punto. Mi barrico dietro un punto. Punto.

MARTA CUSCUNA’

Marta Cuscunà nasce a Monfalcone, città operaia famosa per il cantiere navale in cui si costruiscono le navi da crociera più grandi del mondo e per il triste primato dei decessi per malattie
causate dall'amianto.
Nel 2001 partecipa al laboratorio Fare Teatro ideato e condotto da Luisa Vermiglio per il Comune di Monfalcone.
Il percorso formativo più importante prende avvio grazie a Prima del Teatro: Scuola Europea per l’Arte dell’Attore, dove incontra alcuni grandi maestri del teatro contemporaneo.
Nel 2004 debutta come attrice professionista in Pesciomìni di Vicic e Pippo Pettirosso di Altan, prodotti dal CTA di Gorizia.
Nel 2006 debutta all'estero in Merma Neverdies, spettacolo con pupazzi di Joan Miró, regia di Joan
Baixas, prodotto da Elsinor-Barcelona in esclusiva per la Tate Modern Gallery di Londra. Con
questo spettacolo tocca alcune importanti piazze europee come The Irish Museum of Modern Art di
Dublino, il Teatro Español di Madrid, Die Frankfurter Buchmesse, la Fundació Miró di Palma de
Mallorca e altre.
Nel 2007 torna in scena in Italia con Indemoniate!, spettacolo di Giuliana Musso e Carlo Tolazzi,
regia di Massimo Somaglino, prodotto da Teatro Club Udine e dal Rossetti,Teatro Stabile del Friuli
Venezia Giulia.
Nel 2009 debutta in Spagna con Zoé, Inocencia criminal, uno spettacolo di teatro visuale con la
regia di Joan Baixas e prodotto dal Teatro de la Claca di Barcellona.
Nel 2009 vince il premi Scenario per Ustica con È bello vivere liberi! Un progetto di teatro civile
per un'attrice, 5 burattini e un pupazzo.

BARRICATE:
Vorrei partecipare a PIP perché ritengo sia una delle pochissime occasioni in Italia in cui poter
sperimentare e approfondire i linguaggi del teatro visuale con dei maestri internazionali.
In particolare vorrei conoscere da vicino il lavoro di Giulio Molnar perché ricordo la sorpresa che
ho provato quando ho assistito per la prima volta ad un suo spettacolo. Era Piccoli suicidi. Per la
prima volta mi capitava di vedere degli oggetti che si animavano davvero, ricordo la partecipazione
che ho provato nell'ascoltare le loro storie. Quella strana sensazione di stupidità e di infantilismo nell'ammettere di sentirsi così coinvolti dalle vicende di una Alka Selzer o di un chicco di caffé...
Questa esperienza ha influenzato il mio lavoro e ha contribuito alla scelta di usare il teatro visuale
per raccontare un tema difficile come la deportazione nei lager nazisti: avevo visto in Piccoli suicidi la possibilità di raccontare sentimenti umani attribuendoli a delle figure. Avevo avuto la dimostrazione di come questo potesse essere emotivamente coinvolgente.

IRENE VECCHIA

Il percorso artistico di Irene Vecchia comincia con Pulcinella nel 2000, quando incontra i maestri guarattellari Salvatore Gatto, Maria Imperatrice e Bruno Leone, frequentando la “Scuola delle Guarattelle”, prima scuola di formazione per burattinai della tradizione napoletana. Al fianco dei maestri, e tramite loro è introdotta alla Tradizione, comprendendone il senso e le radici profonde. Appena ventenne, terminati gli studi classici, inguanta Pulcinella e da allora ha presentato gli spettacoli di guarattelle in tanti contesti: la domenica mattina nel parco della Villa Comunale di Napoli e nelle piazze, nelle realtà sociali carenti della sua città collaborando a progetti istituzionali,
nei festival e nelle rassegne di teatro nazionali ed internazionali, italiane ed europee.
Prosegue nella ricerca e nella conoscenza dell’Arte del teatro, frequentando corsi intensivi per professionisti del settore e privilegiando le forme di rappresentazione “per figura”, a partire dai vari generi di burattini e spingendosi verso l’antico teatro delle ombre, e le marionette. A questo studio è affiancato il lavoro in laboratorio, l’ideazione e la realizzazione dei burattini, modellati o scolpiti nel legno, e di ogni oggetto di scena.
Sebbene provenendo da una formazione quasi “a bottega” per le varie competenze acquisite, nel 2010 Irene si è laureata in Arti Visive e Discipline dello Spettacolo al corso in Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, con una tesi dal titolo:
“Ai tempi miei - radici e avanguardia nel teatro delle guarattelle”.
Il tema misterico e paradossale all’origine della città di Napoli, dove Irene è nata e vive dal 1981, sono alla base dell’ideazione e della scrittura della più recente produzione del 2011 “Le Metamorfosi Della Sirena”, spettacolo di marionette e guarattelle in collaborazione con S. Filippini e G. Cerillo, con il sostegno alla regia di Bruno Leone.
Le competenze artistiche diventano inoltre metodo di relazione trasversale nei laboratori extracurricolari condotti con i bambini delle scuole elementari e medie come esperta esterna.
« Spesso il pubblico al termine dei miei spettacoli resta sorpreso al vedere uscire dal teatrino una minuta ragazza, e si sorprende anche di più quando si rende conto che anche la voce di Pulcinella … “è sempre uguale anche se sei una donna ! ?” »
Questo oltre ad essere una magia possibile per la natura stessa di Pulcinella, smentisce il pregiudizio del “fisico del ruolo”, e gratifica ancor di più avendo assistito ad uno spettacolo energico, ritmico e tradizionale.

BARRICATE:
Napoli “paradiso in terra abitato da diavoli”, nata da una pena d’amore, è un paradosso per eccellenza. Io sono nata a Napoli, e qui imparo l’arte delle guarattelle e di Pulcinella.
Lo spettacolo di guarattelle è uno spettacolo che viene da molto lontano, è giunto a noi sulle mani dei guarattellari che hanno raccontato le storie di Pulcinella, e hanno trovato sempre un pubblico che, divertendosi ai suoi spettacoli, assicurava da vivere ai burattinai. Nell’anima delle guarattelle dunque ci sono due essenze, due piani paralleli: un ricordo antichissimo e la vita quotidiana; un’origine che trascende i luoghi e i tempi, e i burattinai che ne hanno preso parte: le radici e l’avanguardia. Sono un’espressione che comprende due cose che sembrano così distanti tra loro e addirittura contrarie. Sono come il bianco e nero della maschera di Pulcinella. Ma non è proprio questa l’aspirazione di ogni forma d’arte? Non è proprio l’unione dei contrari che è alla base di ogni ricerca della conoscenza, anche quella più misteriosa, che muove le coscienze? Io parto da qui. E riguardo a dove arrivare posso immaginare, ma solo qualcosa posso dire.
Voglio partecipare a questo laboratorio per lavorare con un regista che non conosco, e con altre persone in una compagnia mirata a un obbiettivo, e voglio mischiarmi.
Voglio partecipare a questo workshop con Giulio Molnar perché dicono che “è uno bbuon’!” Voglio partecipare a questo laboratorio per sentire da vicino cosa è una produzione, per collaborare a darne il senso, per imparare a collaborare soprattutto su un territorio non tracciato. Voglio partecipare a questo workshop perché ce ne ho e posso darne. Voglio partecipare a questa produzione, perché non è una autoproduzione. Le autoproduzioni sono caotiche, piene di sogni, autonome, e strettamente liberatorie, chissà se lo sono anche le produzioni non autoprodotte?!